A partire dal bitume. Petropolis.

I Parking Day hanno origine dallo spirito di partecipazione che spinge i cittadini di una determinata realtà urbana a socializzare e creare interventi artistici o meno all’interno di singoli posti auto. Ecco perché il nostro motto è creativity bitumen based. Di conseguenza e concretamente, il Parking Day è basato su un solido strato di asfalto bituminoso. Ecco il link sottile ma essenziale che ci porta a parlare dell’origine del bitume e di alcuni aspetti della sua contemporaneità. L’occasione ci è data dall’incontro col regista di Petropolis, premiato al Festival dei Popoli di Firenze.

Petropolis. Nello Stato del Bitume.

Nell’immaginario collettivo il Canada è una nazione verde e tranquilla: distese di boschi e gente civile ed ospitale confinante con i più cinici cugini americani. Probabilmente dobbiamo rivedere alcuni nostri stereotipi. Già a ridosso del summit di Copenaghen, i rappresentanti governativi del Canada hanno tergiversato a lungo prima di confermare la loro presenza. In effetti, la posizione del Canada non è semplice quanto può sembrare, visto che questo paese costituisce la seconda riserva petrolifera mondiale, dopo l’Arabia Saudita. Per di più, gran parte di questa riserva non è situata in ricchi giacimenti pronti ad essere ‘spillati’, ma nascosta nelle sabbie bituminose dello stato dell’Alberta. Per questo motivo l’estrazione risulta più impegnativa, ed è necessario disboscare la foresta boreale – la cui origine è databile intorno ai duecento milioni di anni – e passare a setaccio gli strati sabbiosi sottostanti per ottenere finalmente l’olio di bitume. Il risultato è un paesaggio lunare, una natura morta fatta di colline di scarti bituminosi a perdita d’occhio. Peter Mettler, filmmaker canadese, ha documentato questa realtà in Petropolis, un documentario premiato all’ultimo Festival dei Popoli di Firenze e trasmesso in Europa da Arté e da altri canali satellitari. “Per estrarre un barile di bitume – afferma Peter Mettler – ne servono tre di acqua. Questa acqua è contaminata e viene riversata in stagni che formano paludi tossiche; oppure, peggio ancora, nel fiume Athabasca, che fa parte del terzo bacino d’acqua più grande al mondo. Il bitume liquefatto viene pompato in oleodotti per essere raffinato a circa duemila chilometri di distanza. Una buona parte del prodotto raffinato finisce negli Stati Uniti”.

I dati forniti da Greenpeace sono impressionanti. Non esiste solo la disastrosa contaminazione delle acque e l’eliminazione della foresta boreale. Ogni giorno, le operazioni d’estrazione delle sabbie bituminose rilasciano una quantità di diossido di carbonio uguale a quella della totalità delle automobili circolanti in Canada. Stesso discorso per il rilascio di solfuro e l’enorme quantità di gas naturale bruciato per riscaldare l’acqua utilizzata nella lavorazione, che potrebbe essere utilizzata per riscaldare l’equivalente di quattro milioni di abitazioni. Ancora, le operazioni di disboscamento hanno interessato un territorio esteso almeno quanto la Grande Muraglia, il Canale di Suez, la Piramide di Cheope e le dieci più grandi dighe del mondo messe insieme. Peter Mettler ha utilizzato alcuni di questi dati nel film, ma il suo progetto ha inteso testimoniare il fenomeno in maniera differente. “Certo, è importante comunicare dei dati che abbiano anche un certo impatto emotivo sulla gente, come il fatto che la zona interessata allo sfruttamento sia estesa quanto l’Inghilterra, o che non esista un progetto chiaro né tanto meno una valutazione ambientale. Ho parlato con Greenpeace, che mi ha fornito il suo supporto, ma non volevo fare un’inchiesta strettamente informativa. Anche perché mi ero trovato di fronte a un ostacolo. Le compagnie impegnate nell’estrazione non permettevano di entrare nei territori nei pressi delle miniere, nelle zone di estrazione e lungo gli scarichi di lavorazione. Avrei potuto, come in lavori simili, intervistare i lavoratori che vivono a Fort McMurray, una nuova città dormitorio di ottantamila abitanti con alti tassi di criminalità, alcolismo, droga; riprendere gli operai stagionali che dormono in macchina; oppure documentare qualche cava accompagnato da vicino dai rappresentanti legali delle aziende. Ma il problema era rendere l’insieme, renderlo visibile al pubblico. Dunque, abbiamo sfruttato questa difficoltà tecnica, e abbiamo deciso di affittare un elicottero”.

Anche il risultato del lavoro è sui generis, visto che il documentario comprende solo immagini riprese da un elicottero, accompagnate da un tappeto sonoro e da poche frasi a commentare i problemi ambientali di questa regione dell’Alberta. L’esperienza della visione è predominante sui dati, e porta diretta a una riflessione sulla tecnologia, che è alla base di questo lavoro di Peter Mettler: “Nel 1783 i fratelli Montgolfier fecero decollare a bordo di un aerostato una pecora, un’oca e un gallo nel corso di un’affollatissima dimostrazione pubblica a Versailles, alla presenza di Luigi XVI e della Regina Maria Antonietta. L’invenzione offriva una nuova prospettiva, in quel caso pionieristica ed esaltante. Noi, abbiamo girato il documentario con un elicottero alimentato, ovviamente, con derivati del petrolio, a testimonianza del fatto che tutto oggi può essere contraddittorio o, per lo meno, complesso. Tuttavia, l’elicottero ci ha offerto una prospettiva diversa per capire ciò che da terra non era possibile comprendere. E’ stata una scelta necessaria, ma in questo modo il contributo del documentario non è stato solo informativo. E’ un momento di riflessione sulla tecnologia. Come all’epoca dei fratelli Montgolfier, tanto più oggi, ho sempre considerato la tecnologia come un elemento del nostro sistema ecologico. E come tale deve essere gestita”.

Il parallelo è suggestivo, anche se prende in considerazione casi ed epoche differenti, ma lo stesso Peter Mettler lo rende subito più convincente, inserendo nel discorso un livello intermedio: “Nell’ultima parte del film ho voluto ricordare un’altra esperienza pionieristica, quella del chimico Karl Clark, originario proprio dell’Alberta. Negli anni della Grande Depressione, aveva inventato un macchinario per separare l’olio di bitume dai terreni sabbiosi, si dice a partire dalla lavatrice della moglie. La prima applicazione commerciale fu solo del 1965, appena prima della morte di Karl Clark. Aveva speso la vita per perfezionare questo processo industriale, ma non aveva avuto la possibilità di valutarne le conseguenze in termini ambientali e sociali: inquinamento, conflitti sociali, traffico, città dormitorio. Tuttavia, forse aveva intuito che la sua invenzione era parte di un processo più vasto. Infatti, a qualche mese della sua morte, aveva confidato alla figlia che non avrebbe mai più voluto visitare quella zona dell’Alberta”. Il documentario, fino a quel momento muto, si conclude con la voce fuori campo del regista che suona in maniera apocalittica, ma allo stesso tempo ironica. “Sì, volevo finire da dove era partito il progetto, da una questione di prospettiva. Il sole ha un’aspettativa di vita di quindici bilioni di anni; le riserve di petrolio forse meno di ottant’anni. Cosa faremo dopo?”. Peter Mettler, intanto, sa già cosa farà dopo Petropolis: “Mi cimenterò ancora con l’altezza. Seguirò con la telecamera il ciclo e gli spostamenti delle nuvole”.

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